1. Introduzione – Il delitto di Gemona e il potere oscuro dietro l’indicibile
Il 31 luglio 2025, Alessandro Venier, 35 anni, viene smembrato e sepolto in un bidone colmo di calce. A confessare l’omicidio sono sua madre, Lorena Venier, e la sua compagna, Marylin Castro Monsalvo, che condivideva con lui una figlia di pochi mesi. I media parlano di tragedia familiare, psicosi post-partum, tensioni. Ma il caso presenta elementi che sfuggono alla psicopatologia e alla criminologia ordinaria. Due madri, unite in un legame simbiotico, eliminano il maschio-figlio. Il corpo viene occultato come in un rito arcaico.
L’inchiesta che segue non cerca spiegazioni cliniche, ma codici dimenticati. Non assolve, né condanna. Interroga il gesto nella sua forma simbolica più cruda. Perché quando la madre uccide, qualcosa di molto più antico si manifesta. Qualcosa che ha a che fare con il sacro negato, l’archetipo rovesciato, la possessione sottile. Ecco cosa cerchiamo: la mappa invisibile che attraversa il gesto.
2. Il pattern del sacrificio materno: Italia e mondo come teatro rituale
Cogne (2002), Santa Croce Camerina (2014), Cisliano (2021), Genova (2019). Da Annamaria Franzoni a Veronica Panarello, da Patrizia Coluzzi a Giulia Stanganini. Donne che hanno ucciso i propri figli. A volte nel silenzio, a volte fra urla. A volte negando, a volte confessando. Sempre, però, dentro un’architettura invisibile: il rovesciamento del patto vitale.
E il rituale si estende. Belgio, 2007: Geneviève Lhermitte sgozza i cinque figli. Francia: Dominique Cottrez soffoca otto neonati. Germania: cinque figli sedati e uccisi a Solingen. Australia: otto bambini accoltellati dalla madre, che si credeva investita da una missione spirituale. India, 2025: due figli avvelenati per “ricominciare da zero”. Ogni caso è una frattura. Ogni madre, un officiatore di un rito che nessuno riconosce.
3. Archetipi oscuri: la madre che crea e divora
La storia del pensiero simbolico conosce bene questa figura. Lilith, Kali, Medea, Ecate. Dee, demoni, madri e assassine. Arcaiche, potenti, mai addomesticate. La madre non è solo colei che nutre: è anche colei che può distruggere.
Jung la chiamava Grande Madre: ambivalente, generatrice e divoratrice. Neumann la descrisse come “fase terrificante” del femminino archetipico. Quando la madre uccide il figlio, uccide la possibilità del futuro. Quando lo fa con ritualità (calce, sezionamento, alleanza tra due donne), allora forse quel gesto risponde a una legge antica: non lasciar passare ciò che rompe il vincolo.
4. Trauma e possessione: il corpo come medium del non detto
Il trauma non è solo una ferita psichica. È un codice attivo. Una forza che cerca un varco. Bessel van der Kolk lo descrive come “spirito senza voce” che prende il corpo. Quando non ascoltato, il trauma può agire. E quando agisce in una madre, può trasformare il gesto in un’offerta involontaria.
Nel caso di Gemona, la simbiosi tra le due donne – madre e compagna – sembra evocare una dinamica triadica potente. La madre che adotta simbolicamente la nuora. La coppia che esclude il maschio. L’omicidio che cancella l’elemento destabilizzante. Una geometria esoterica emerge: come nei miti più arcaici, la distruzione è un atto sacro deviato.
5. Il culto invisibile della madre perfetta
Ogni società costruisce i propri templi. Nel nostro tempo, uno dei più rigidi è quello della madre ideale. Devota, resiliente, sorridente. Chi non rientra nel modello è esclusa, medicalizzata, ignorata. Ma il modello stesso è innaturale. La maternità è ambivalente. Chi la vive nella solitudine assoluta – come molte delle protagoniste di questi casi – rischia il collasso.
E il collasso, quando avviene nel grembo psichico della madre, può diventare rito oscuro. Un grido simbolico che attraversa la carne. Non per odio, ma per impossibilità. La madre che uccide non è solo devianza: è atto simbolico involontario, frutto di un sistema che pretende santità da chi chiede aiuto.
6. Conclusione – Riconoscere il sacro negato
Il caso di Gemona non è solo cronaca nera. È specchio di un inconscio collettivo che non tollera l’ombra nella maternità. Ma l’ombra esiste. E quando viene ignorata, agisce. Serve una nuova lettura del femminile sacro. Serve un linguaggio per il buio, perché chi lo abita non sia costretto a gridare con il sangue.
L’inchiesta continua. Il nostro compito non è creare miti, ma smontare quelli tossici. Perché ciò che non viene riconosciuto come simbolo, ritorna come orrore. E il ventre del buio non è solo un luogo: è una soglia. Chi la oltrepassa, se non visto, diventa un simbolo vivente del dolore che tutti preferiscono non nominare.
Con questo articolo, coglierò l’occasione per guidarvi verso una nuova inchiesta esoterica che scopre l’esoterico femminile, tutto ciò che non si vede dietro la donna.

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