ATTENZIONE: il seguente testo è frutto della mia immaginazione, non un reale dialogo.
Lo studio di Carl Gustav Jung a Bollingen, Svizzera. Siamo nel tardo pomeriggio di un giorno d’autunno del 1958. L’aria è fresca, profumata di legno bruciato nel caminetto e di vecchi libri. La stanza è un caos organizzato: sculture, dipinti, libri aperti su ogni superficie. Jung, ormai ottantatreenne, con una barba bianca e folta e uno sguardo che non ha perso la sua acutezza, sta seduto in una poltrona di cuoio consumato. Di fronte a lui, più rigido ma con un’espressione di vibrante rispetto, siede il Dottor Albert Hofmann, cinquantaduenne, impeccabile nel suo completo.
Conversazione:
Carl Gustav Jung: …e quindi, vede, caro Dottor Hofmann, la differenza fondamentale sta nell’intenzione. L’iniziato delle scuole misteriche antiche veniva condotto, passo dopo passo, attraverso un percorso simbolico preciso. La visione non era il fine, era una tappa. Il fine era la metanoia, la trasformazione della psiche. Il rischio del caos era mitigato dal contesto sacro, dal sacerdote-guida, dai simboli condivisi dalla cultura. La sua… sostanza… cosa fa? Apre la porta. Ma la domanda è: chi o cosa c’è dall’altra parte? E chi è che apre la porta? Un cercatore preparato o un curioso annoiato?
Albert Hofmann: La sua osservazione è profondamente azzeccata, Professore. È la questione che mi assilla da quando, nel ’43, ho avuto la mia… esperienza involontaria. L’LSD non crea nulla di nuovo. Non immette contenuti. Agisce come un catalizzatore, un amplificatore straordinario dei processi già in atto nella psiche. Abbassa le barriere dell’Io, sospende il filtro del razionale, permette all’inconscio di fluire in una forma di percezione diretta, senza mediazioni. È come dare a un astronomo un telescopio infinitamente più potente. Ma ciò che vedrà dipenderà da dove punta lo strumento e dalla sua preparazione per interpretare le visioni.
Jung: Un telescopio puntato non verso le stelle, ma verso l’interno. Verso il mundus imaginalis, il regno dell’anima, quello che io chiamo l’inconscio collettivo. I suoi pazienti, quelli a cui è stato somministrato in terapia… hanno descritto visioni che hanno una risonanza archetipica sconcertante. Mandala, serpenti, divinità antiche, la Grande Madre, l’Anima… i mattoni stessi dei miti. Questo è ciò che mi affascina. Non è una psicosi, è una psicodramma iper-reale. È come se la sostanza fornisse un accesso diretto, sebbene caotico e pericoloso, al linguaggio simbolico primordiale della psiche. La stessa lingua che io ho cercato di decifrare per una vita intera studiando sogni, alchimia e miti.
Hoffmann: Esattamente. I terapeuti che usano il composto con i dovuti modi riportano svolte decisive. Blocchi che si sciolgono, ricordi rimossi che affiorano con una chiarezza cinematografica, conflitti interiori che si manifestano come drammi mitologici permettendo al paziente di vederli, finalmente, dall’esterno. In un contesto controllato, con una guida esperta – una figura che potremmo forse paragonare a uno sciamano o al sacerdote dei Misteri di cui parlavamo – l’esperienza può essere davvero catartica. Può essere un’iniziazione moderna alla propria interiorità.
Jung: (Si sporge in avanti, i gomiti sulle ginocchia, le dita intrecciate. I suoi occhi brillano di una curiosità che sembra quella di un giovane ricercatore). Catartica. Sì. Ma l’iniziazione non è solo visione estatica. È anche discesa agli inferi. È il confronto con l’Ombra, con i demoni personali e collettivi. Il rischio è immenso. Senza una guida, senza un filo d’Arianna fatto di simboli conosciuti, l’Io può disintegrarsi nella beatitudine o essere divorato dal mostro che ha incontrato, scambiando l’inferno privato per una verità ultima. La psicosi non è una metafora, in questi casi. È un pericolo clinico reale.
Hoffmann: Non posso che concordare. La stessa molecola che in un contesto può rivelare l’unità del creato, l’amore incondizionato, la tessitura divina della realtà… in un altro contesto può rivelare l’abisso della separazione, il vuoto cosmico, il grottesco. È uno specchio spietatamente fedele. E come lei sa meglio di chiunque altro, guardarsi allo specchio può essere la cosa più terribile e al tempo stesso più necessaria che un essere umano possa fare.
Un lungo silenzio cade tra i due uomini, rotto solo dal crepitio del fuoco. Jung fissa le fiamme, i suoi lineamenti sono solcati da un’emozione profonda. Sembra combattere un conflitto interiore. Da scienziato, da psichiatra, da uomo che ha costruito la sua vita sulla ragione e sull’interpretazione dei simboli, è profondamente scettico. Da esploratore dell’anima, da viaggiatore in terre sconosciute della psiche, sente il richiamo dell’ignoto. È come se un Marco Polo chimico gli stesse descrivendo una nuova rotta per Catai.
Jung: (La sua voce è più bassa, quasi confidenziale). Hofmann… questa porta. Questa chiave chimica. Mi ha parlato dei suoi pazienti, dei terapeuti. Ma lei. Lei che l’ha scoperta. Lei che per primo… ha varcato quella soglia. Come si fa?
Hoffmann si irrigidisce appena. Non si aspettava la domanda così diretta, soprattutto da un uomo così anziano. Raddrizza le spalle, non per arroganza, ma per il peso della responsabilità che sente.
Hoffmann: Professore, con tutto il rispetto che le devo, la devo dissuadere. La sua età, la sua salute… sarebbe un rischio incalcolabile. L’esperienza è di un’intensità fisica e psichica che è difficile anche solo immaginare. Il battito cardiaco accelera, la pressione può variare, i sensi sono sottoposti a un bombardamento senza precedenti. È…
Jung: (Lo interrompe con un gesto della mano, un gesto da vecchio re che non accetta un rifiuto). Non mi chieda di essere un paziente. Non mi chieda di essere un soggetto da laboratorio. Mi chieda di essere un collega. Un collega che, forse, ha dedicato la vita a studiare la mappa del territorio che la sua molecola permette di sorvolare. Le chiedo, come collega: qual è il protocollo? Come si intraprende questo… volo?
Hoffmann esita. Fissa il volto antico e potente di Jung. Vede in quei occhi non la senilità, ma la stessa fiamma che doveva ardere nell’alchimista che sta per compiere la Grande Opera. Sospira, cedendo non alla richiesta, ma al dovere di condividere la conoscenza con uno dei pochi uomini al mondo che potrebbe, forse, capirla davvero.
Hoffmann: (La sua voce diventa tecnica, precisa, da chimico. È il suo modo di mettere una distanza di sicurezza emotiva). Il protocollo, come lo abbiamo sviluppato a Basilea e come viene utilizzato nei centri più seri in Canada e negli Stati Uniti, è tutto qui. È una questione di set e setting.
Jung: Set… e setting? Il termine inglese. “Disposizione” e “contesto ambientale”?
Hoffmann: Precisamente. Sono i due pilastri assoluti, più importanti della molecola stessa. Il set è la preparazione mentale, lo stato d’animo, l’intenzione della persona che si accinge all’esperienza. Deve essere un atteggiamento di apertura, di rispetto, di ricettività. Non di paura, ma neppure di sfida o di semplice curiosità mondana. È una preparazione quasi… spirituale. Una meditazione. È fondamentale affrontare l’esperienza in uno stato di serenità e equilibrio. Ansie, paure represse, conflitti irrisolti verranno amplificati in modo esponenziale. È come salpare per un oceano: ci si deve preparare, si devono conoscere le carte nautiche, si deve avere un equipaggio fidato.
Jung: Quindi l’intenzione interiore. La preparazione dell’iniziando. Prosegua….
Hoffmann: Il setting è l’ambiente fisico e umano. Deve essere un luogo sicuro, confortevole, familiare. Silenzioso. Lontano da intrusioni, da rumori bruschi, da obblighi sociali. Spesso una stanza tranquilla, con luci soffuse, magari della musica che favorisca il viaggio interiore – Bach, spesso, o musica indiana. E, elemento cruciale, la presenza di una guida. Uno sitter. Una persona sobria, esperta, di cui ci si fida ciecamente.
Jung: La figura del sacerdote.
Hoffmann: In un certo senso, sì. Ma il suo ruolo non è quello di interpretare, né di condurre. È quello di un faro. Di una presenza calma e rassicurante che rimane ancorata alla realtà consensuale. La sua funzione è di offrire acqua, un po’ di frutta, a volte semplicemente la rassicurazione di un tocco sulla spalla se il viaggio si fa tempestoso. È colui che ricorda all’esploratore che c’è un porto sicuro a cui fare ritorno. Deve avere una conoscenza profonda degli stati di coscienza alterati, deve sapere quando parlare e quando tacere, quando incoraggiare ad andare più a fondo e quando, invece, offrire una distrazione gentile. La sua semplice presenza è un promemoria che il mondo ordinario esiste ancora.
Jung: E la dose? La chiave deve avere una dimensione precisa per aprire la porta senza farla saltare in aria.
Hoffmann: (Annuisce gravemente). È forse l’elemento più delicato. La soglia di attività è incredibilmente bassa. Noi lavoriamo con microgrammi. Milionesimi di grammo. Una dose standard per un’esperienza profonda ma gestibile si aggira tra i 100 e i 150 microgrammi. È una quantità infinitesimale. Una punta di spillo. Meno è quasi inefficace, più può essere… travolgente. La mia esperenza involontaria fu di 250 microgrammi, ed era al di là di qualsiasi descrizione. L’assunzione è orale, di solito deposta su un piccolo pezzo di zucchero o sciolta in un bicchiere d’acqua. Gli effetti iniziano dopo circa quaranta, cinquanta minuti.
Jung: E come si manifestano questi… effetti iniziali?
Hoffmann: Spesso con un leggero senso di vertigine, di nausea passeggera. Poi le percezioni iniziano a modificarsi. I colori diventano più vividi, saturi. I contorni degli oggetti possono pulsare, respirare. I sensi si fondono: si può vedere il suono di un violino o sentire il colore di un dipinto. È la fase che chiamo “l’apertura del sipario”. Poi, se la dose è sufficiente e il set è appropriato, l’Io inizia a dissolversi. È il momento cruciale. Può essere spaventoso: è la “morte dell’Ego” di cui parlano alcuni mistici. Il senso di separazione tra sé e il mondo svanisce. Si diventa il suono, il colore, il tessuto stesso dell’esistenza. Il tempo cessa di esistere come sequenza lineare; il passato, il presente e il futuro coesistono in un eterno presente. È qui che emergono gli archetipi, Professore. È qui che l’inconscio collettivo non è più un concetto, ma una realtà esperita, vivida, tangibile.
Jung: (Ascolta, rapito. Il suo sguardo è perso nel vuoto, come se stesse già vedendo quelle visioni). La discesa nel proprio personale Ellade… Il confronto con gli dèi interiori. E il ritorno? Come si conclude questo nekya, questa discesa agli inferi?
Hoffmann: Il picco dell’esperienza dura alcune ore. Poi, gradualmente, il mondo ordinario inizia a riaffiorare. È una fase di integrazione delicatissima. La coscienza, come un galleggiante, torna lentamente in superficie. Ci si sente spesso esausti, ma purificati. Euforici. Pieni di una gratitudine immensa. La guida qui è fondamentale: aiutare a verbalizzare, a tradurre in linguaggio ordinario le visioni straordinarie. È in questa fase che il lavoro terapeutico vero e proprio può avvenire, collegando le visioni archetipiche ai conflitti personali. L’esperienza non è completa finché non viene, almeno in parte, integrata nella vita cosciente.
Jung si appoggia allo schienale della poltrona. Sembra molto stanco, ma i suoi occhi sono vivissimi. Ha l’aria di un uomo a cui hanno appena mostrato la mappa di un tesoro che sa di non poter più andare a cercare.
Jung: Quindi non è la molecola la magia. È il rito. Il set, il setting, la guida, l’intenzione, l’integrazione… è questo il vero rituale moderno. La sostanza è solo il catalizzatore, il fuoco sacro che scalda il vaso alchemico, ma gli ingredienti devono essere preparati con cura infinita. La psiche umana è troppo potente, troppo antica, troppo piena di meraviglie e di orrori per essere affrontata con leggerezza. Lei, caro Dottor Hofmann, non ha creato solo un farmaco. Ha creato un dilemma filosofico, teologico e psicologico di proporzioni inimmaginabili. Ha dato all’uomo moderno, smarrito nel deserto del razionalismo, l’accesso a un oceano. Ma un oceano può annegare o dissetare. Può essere solcato da navi o devastato da tempeste.
Hoffmann annuisce in silenzio. Le ombre della stanza si sono allungate. Il fuoco nel caminetto si è ridotto a braci incandescenti.
Hoffmann: È un dilemma per cui non ho alcuna risposta, Professore. Io ho solo… trovato la chiave. Spetta all’umanità decidere se usarla per aprire la porta della prigione o quella del tempio. O se, saggiamente, gettarla via in mare.
Jung fissa le braci, e per un attimo, nelle forme incandescenti del legno che brucia, gli sembra di vedere un mandala che ruota, infinitamente complesso e terribilmente semplice.
Jung: (Sussurra, più a se stesso che a Hofmann). Forse… forse sono la stessa porta.
Poi, si volge verso l’ospite, e con un sorriso che è insieme malinconico e grato, dice:
Jung: La ringrazio per la sua onestà, Dottore. E per la sua cautela. Mi ha offerto una visione più preziosa di qualsiasi esperienza diretta. Mi ha mostrato il rispetto per il mistero. E questo, in fin dei conti, è tutto ciò che conta.
Si alzano. La conversazione è conclusa. Non ci sarà nessun esperimento, nessun viaggio per Jung. Ma nella sua mente, un nuovo e profondo strato di comprensione si era appena depositato, un archetipo di modernità e di pericolo, di promessa e di minaccia, tutto racchiuso in una minuscola fiala di cristallo.
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