Prologo – Il ritorno della strega
Non era una donna qualunque. Non era nemmeno solo una guaritrice, o un simbolo. Era un punto di rottura. La strega è quella figura che mette a disagio perché ricorda ciò che è stato perduto: un sapere profondo, ciclico, un rapporto col corpo e la terra che oggi abbiamo dimenticato. Quando dici “strega”, non dici solo una figura del passato: dici la rottura di un patto, un rito spezzato. E allora questa storia non riguarda il Medioevo. Riguarda oggi. Riguarda te.
Il sapere ciclico e il corpo sapiente
Nel cuore dei villaggi antichi, quando la medicina era fatta di sguardi, erbe e parole, le donne detenevano un sapere che non aveva bisogno di autorizzazioni. Non erano dottoresse, non erano sciamane da manuale. Erano parte di un flusso. Conoscevano il ritmo della luna, sapevano quando la terra chiedeva riposo, quando il corpo parlava attraverso il sangue. Quel sapere era orale, trasmesso in grembiuli sporchi, in mani vissute, tra madri e figlie, nei silenzi condivisi. Una medicina simbolica, empatica, invisibile. Jung l’avrebbe definita “sapienza dell’inconscio collettivo incarnata nel femminile arcaico”. E proprio per questo, andava spenta.
I roghi e l’economia del controllo
Poi vennero le fiamme. Ma non bruciavano solo corpi: incenerivano archetipi. Il rogo era una scenografia sacrificale. Dietro ogni accusa di stregoneria, c’era un conflitto non risolto tra il potere lineare del patriarcato e il potere ciclico del femminile. Non era solo paura del diavolo: era paura del grembo, del sapere che guarisce senza ricompensa, della sessualità non controllata, della voce che sapeva dire “no”. Silvia Federici, in “Calibano e la strega”, ci ha mostrato che la caccia alle streghe fu parte fondante del capitalismo moderno: eliminare la sapienza autonoma, femminile, era il primo passo per costruire corpi docili e forza lavoro riproduttiva. Barbara Ehrenreich e Deirdre English hanno denunciato l’esclusione sistematica delle donne dalla medicina, sostituite da una professione maschile e statalizzata che non curava ma disciplinava. Anche Erich Neumann, in “La Grande Madre”, traccia le polarità archetipiche di un femminile che la cultura patriarcale ha voluto disattivare nella sua potenza.
Sabba, sangue e repressione del simbolo
I sabba, raccontati come orge demoniache, erano probabilmente riti di sorellanza. Rituali che rompevano la solitudine, che celebravano il corpo e il buio, che ridevano della legge maschile. Ma tutto ciò doveva essere cancellato. E allora il sabba divenne un mostro, la strega una pervertita, il sangue un tabù. James Hillman ci ha insegnato che ogni immagine repressa ritorna deformata. Così il femminile sacro, scacciato dal tempio, è tornato sotto forma di isteria, follia, superstizione. La medicina ha patologizzato il ciclo, la religione ha spiritualizzato il dolore, la politica ha occultato il piacere.
Ritorni sommersi e voci resistenti
Eppure, nulla è davvero morto. Ci sono streghe che non si sono mai dichiarate, ma hanno continuato a curare, a sognare, a proteggere. Jeanne Favret-Saada ci ha mostrato che la parola può maledire, ma anche guarire. E ogni volta che una donna ascolta il proprio corpo, ogni volta che una comunità si stringe in un cerchio, ogni volta che il sangue non viene nascosto ma onorato, il rito torna a vibrare. Clarissa Pinkola Estés ha raccontato storie che custodiscono il sapere selvaggio: le donne che corrono coi lupi, che cantano con il ventre, che non si lasciano addomesticare. In modo simile, Vicki Noble e Karen Vogel con i loro tarocchi Motherpeace hanno ricostruito un alfabeto simbolico femminile che parla di ciclicità, potere e guarigione.
La rinascita del sacro e i suoi rischi
Nel ritorno contemporaneo del “sacro femminile”, ci sono luci e ombre. C’è la fame autentica di riti, di Dee, di tarocchi che parlano in cerchio. C’è anche il rischio dell’industria spirituale: incensi venduti come rivoluzioni, workshop che confondono il simbolo col marketing. Il femminile non è una marca. Non è un destino biologico. È un ritmo. Un modo di abitare il mondo. Chi si riconosce in esso, chi lo cerca, chi lo difende, partecipa al suo ritorno. Glenys Livingstone, con la sua PaGaian Cosmology, propone una tealogia ecospirituale che restituisce al femminile il suo posto nel cosmo, non come ruolo sociale, ma come forza cosmica, poetica e incarnata.
Conclusione – Il sabba del futuro
Oggi il vero sabba si fa in segreto e alla luce del sole: nelle case dove si partorisce consapevolmente, nei laboratori dove si impasta con le mani, nei corpi che si mostrano senza vergogna, nelle parole che non chiedono permesso. Il rito spezzato non tornerà mai com’era. Ma può rinascere. Frammento dopo frammento. Gesto dopo gesto. Lento, ciclico, profondo.
E allora, chi ha paura della strega?
Chi ha paura di una donna che non chiede di essere capita, ma di essere lasciata libera?
Chi ha paura di chi ha sangue nelle mani, e non si vergogna?
La risposta non sta nei libri. Sta nei sogni. Nelle viscere. In quel buio sacro che solo chi ha camminato scalza nel proprio dolore può attraversare.
La strega non è mai morta. Ha solo cambiato voce.
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